
IL MAREMOTO CHE COLPI' IL SUD NEL 1783
Venerdì 11 Febbraio 2005
Trovate le incisioni del maremoto che colpì il Sud nel 1783
di MASSIMO CAPACCIOLI
Durante alcuni lavori di ristrutturazione della sede della Società Nazionale di scienze, lettere e arti in Napoli, sono riemerse alcune notevoli opere ormai dimenticate, tra cui una Istoria del tremoto avvenuto nelle Calabrie e nel Valdemone nell¬íanno 1783 . Il volume in quarto, prodotto e stampato un anno dopo il sisma a cura della Società stessa quand¬íera ancora Reale Accademia delle scienze e delle belle lettere , è corredato da un atlante in folio con decine di incisioni che documentano gli effetti di uno spaventoso cataclisma, tra i più devastanti degli ultimi secoli nel Meridione d¬íItalia.
Era il 5 febbraio del 1783, un’ora dopo mezzogiorno, quando la terra di Calabria prese a tremare con inaudita
violenza. Il giorno seguente una seconda, ancor più vigorosa, scossa ¬´abbattè molte cittପ, scrive Pietro Colletta nella sua Storia del Reame di Napoli , ¬´scompose molti terreni della Calabria e della Sicilia, con uccisione di uomini e greggi, e universale spavento nei due regni. Intanto che il mare tra le spiagge di Cariddi, Scilla e le spiagge di Reggio e di Messina, sollevato di molte braccia, invadeva le sponde, e ritornando al proprio letto trascinava greggi e uomini¬ª.
Di questo tsunami, con onde alte 36 palmi, ossia quasi 10 metri, l¬íatlante della Società Nazionale ci tramanda due suggestive immagini: quella di un uomo aggrappato ad una botte mentre l¬íacqua lo travolge, e quella di una ragazza, disperatamente avvinghiata ad un albero nel tentativo di sfuggire alla violenza delle onde, che atterriscono un¬íaltra figura accasciata al suolo. Quanta somiglianza con le scene del più recente tsunami nel Sud-Est asiatico! La penna di un artista settecentesco ha esemplificato, verosimilmente rendendo in immagini i racconti di qualche testimone oculare, il dramma di un branco d¬íuomini terrorizzati, decimati da un mare impazzito presso le cui rive erano accorsi per sottrarsi alla violenza della terra; a Scilla il maremoto fece oltre 1.500 vittime.
Oggi le videocamere ci hanno mostrato innumerevoli scene simili a queste, con una dovizia di dettagli resi brutali dalla fredda oggettività del mezzo tecnologico e nel contempo annacquati dall¬íinsita virtualità di rappresentazioni la cui realtà soggettiva è affidata ad un tasto di telecomando. Nella lunga pausa natalizia, tradizionalmente povera di notizie, abbiamo avuto ampio agio di vivere, quasi in diretta, un¬íimmane tragedia e, con martellante continuità, siamo stati esposti dai media agli sviluppi del catastrofico evento. Ci siamo commossi ed abbiamo partecipato in massa, emotivamente ed economicamente, di slancio, senza chiedere come, dove, quando, a chi?
Poi la notizia, longeva sì ma non eterna, s¬íè spenta ed è finita in fondo ad uno scaffale, come il grande atlante della Società Nazionale, dimenticata insieme ai tanti morti e alle sciocche paure per le conseguenze della crisi sismica sull¬íasse di rotazione della Terra.
Scrive ancora Colletta: ¬´Quando nella estate, per fetore de' cadaveri (bruciati ma non tutti e tardi) ed acque stagnanti, meteore insalutari, penurie, dolori, sofferenze, si manifestò ed estese nelle due Calabrie morbo epidemico, il quale aggiunse morti alle morti, e travagli ai travagli di quel popolo. Tanto miseramente procedè quel anno; ed al cominciare del 1784, fermata la terra, spenta la epidemia, scordati i mali o gli animi rassegnati alle sventure, si volse indietro il pensiero a misurare con freddo calcolo i patiti disastri. In dieci mesi precipitarono duecento tra città e villaggi, trapassarono di molte specie di morte sessantamila Calabresi; e in quanto a' danni, non bastando l¬íarte o l¬íingegno a sommarli, si dissero meritamente incalcolabili: furono al giusto i nati, non pochi e maravigliosi i matrimoni, i delitti molti ed atroci; i travagli, le lacrime infiniti¬ª. Vien proprio da dire, pensando a noi stessi, che il lupo perde il pelo ma non il vizio. O forse no? Mi piacerebbe sapere, tra qualche mese, che fine hanno fatto le popolazioni povere intorno ai grandi centri di vacanza che comunque, io credo, verranno presto ricostruiti nelle isole di sogno devastate da quel maremoto che oggi chiamiamo tsunami, ¬ìonda nel porto¬î: forse perchè con un nome alieno ci fa meno paura.
http://www.scario.net/forum/index.php?topic=152.0;wap2
Alle ore 5,21 del 28 dicembre 1908 Messina veniva letteralmente distrutta da un terribile terremoto e da un quasi contemporaneo maremoto, il più terribile della storia d'Italia. Perirono oltre 80.000 persone, intere famiglie sotto le macerie, altri, rimasti a guardare increduli la città in rovina dalla cortina del porto, furono " risucchiati" da un'onda di oltre 6 metri (cadaveri furono rinvenuti fin nelle isole dell'Egeo e persino sulle coste dell'Asia). Da questo momento l'immagine della città cambia; comincia un'altra fase storica.
http://www.autonomiepopolari.it/cenni_storici.htm
Venerdì 11 Febbraio 2005
Trovate le incisioni del maremoto che colpì il Sud nel 1783
di MASSIMO CAPACCIOLI
Durante alcuni lavori di ristrutturazione della sede della Società Nazionale di scienze, lettere e arti in Napoli, sono riemerse alcune notevoli opere ormai dimenticate, tra cui una Istoria del tremoto avvenuto nelle Calabrie e nel Valdemone nell¬íanno 1783 . Il volume in quarto, prodotto e stampato un anno dopo il sisma a cura della Società stessa quand¬íera ancora Reale Accademia delle scienze e delle belle lettere , è corredato da un atlante in folio con decine di incisioni che documentano gli effetti di uno spaventoso cataclisma, tra i più devastanti degli ultimi secoli nel Meridione d¬íItalia.
Era il 5 febbraio del 1783, un’ora dopo mezzogiorno, quando la terra di Calabria prese a tremare con inaudita
violenza. Il giorno seguente una seconda, ancor più vigorosa, scossa ¬´abbattè molte cittପ, scrive Pietro Colletta nella sua Storia del Reame di Napoli , ¬´scompose molti terreni della Calabria e della Sicilia, con uccisione di uomini e greggi, e universale spavento nei due regni. Intanto che il mare tra le spiagge di Cariddi, Scilla e le spiagge di Reggio e di Messina, sollevato di molte braccia, invadeva le sponde, e ritornando al proprio letto trascinava greggi e uomini¬ª.
Di questo tsunami, con onde alte 36 palmi, ossia quasi 10 metri, l¬íatlante della Società Nazionale ci tramanda due suggestive immagini: quella di un uomo aggrappato ad una botte mentre l¬íacqua lo travolge, e quella di una ragazza, disperatamente avvinghiata ad un albero nel tentativo di sfuggire alla violenza delle onde, che atterriscono un¬íaltra figura accasciata al suolo. Quanta somiglianza con le scene del più recente tsunami nel Sud-Est asiatico! La penna di un artista settecentesco ha esemplificato, verosimilmente rendendo in immagini i racconti di qualche testimone oculare, il dramma di un branco d¬íuomini terrorizzati, decimati da un mare impazzito presso le cui rive erano accorsi per sottrarsi alla violenza della terra; a Scilla il maremoto fece oltre 1.500 vittime.
Oggi le videocamere ci hanno mostrato innumerevoli scene simili a queste, con una dovizia di dettagli resi brutali dalla fredda oggettività del mezzo tecnologico e nel contempo annacquati dall¬íinsita virtualità di rappresentazioni la cui realtà soggettiva è affidata ad un tasto di telecomando. Nella lunga pausa natalizia, tradizionalmente povera di notizie, abbiamo avuto ampio agio di vivere, quasi in diretta, un¬íimmane tragedia e, con martellante continuità, siamo stati esposti dai media agli sviluppi del catastrofico evento. Ci siamo commossi ed abbiamo partecipato in massa, emotivamente ed economicamente, di slancio, senza chiedere come, dove, quando, a chi?
Poi la notizia, longeva sì ma non eterna, s¬íè spenta ed è finita in fondo ad uno scaffale, come il grande atlante della Società Nazionale, dimenticata insieme ai tanti morti e alle sciocche paure per le conseguenze della crisi sismica sull¬íasse di rotazione della Terra.
Scrive ancora Colletta: ¬´Quando nella estate, per fetore de' cadaveri (bruciati ma non tutti e tardi) ed acque stagnanti, meteore insalutari, penurie, dolori, sofferenze, si manifestò ed estese nelle due Calabrie morbo epidemico, il quale aggiunse morti alle morti, e travagli ai travagli di quel popolo. Tanto miseramente procedè quel anno; ed al cominciare del 1784, fermata la terra, spenta la epidemia, scordati i mali o gli animi rassegnati alle sventure, si volse indietro il pensiero a misurare con freddo calcolo i patiti disastri. In dieci mesi precipitarono duecento tra città e villaggi, trapassarono di molte specie di morte sessantamila Calabresi; e in quanto a' danni, non bastando l¬íarte o l¬íingegno a sommarli, si dissero meritamente incalcolabili: furono al giusto i nati, non pochi e maravigliosi i matrimoni, i delitti molti ed atroci; i travagli, le lacrime infiniti¬ª. Vien proprio da dire, pensando a noi stessi, che il lupo perde il pelo ma non il vizio. O forse no? Mi piacerebbe sapere, tra qualche mese, che fine hanno fatto le popolazioni povere intorno ai grandi centri di vacanza che comunque, io credo, verranno presto ricostruiti nelle isole di sogno devastate da quel maremoto che oggi chiamiamo tsunami, ¬ìonda nel porto¬î: forse perchè con un nome alieno ci fa meno paura.
http://www.scario.net/forum/index.php?topic=152.0;wap2
Alle ore 5,21 del 28 dicembre 1908 Messina veniva letteralmente distrutta da un terribile terremoto e da un quasi contemporaneo maremoto, il più terribile della storia d'Italia. Perirono oltre 80.000 persone, intere famiglie sotto le macerie, altri, rimasti a guardare increduli la città in rovina dalla cortina del porto, furono " risucchiati" da un'onda di oltre 6 metri (cadaveri furono rinvenuti fin nelle isole dell'Egeo e persino sulle coste dell'Asia). Da questo momento l'immagine della città cambia; comincia un'altra fase storica.
http://www.autonomiepopolari.it/cenni_storici.htm


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