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mercoledì 15 settembre 2010

Processo di Terraformazione

Modificare le caratteristiche di un pianeta per renderlo adatto ad ospitare forme di vita che, nella configurazione iniziale del suo ecosistema, non sarebbero state in grado di abitarlo. L'idea che si possano volontariamente modificare le condizioni della superficie di Marte si trova, già nel 1917, nel romanzo di Edgar Rice Burroughs “A Princess of Mars”, il primo di una serie di undici romanzi nei quali una «fabbrica» di atmosfera rende abitabile il pianeta rosso. La stessa idea si ritrova nelle opere dello scrittore inglese Olaf Stapledon (1886-1950). Il suo romanzo “Last and First Men”, pubblicato nel 1930, è un monumentale affresco del futuro dell'umanità nei prossimi due miliardi di anni. In questo caso è l'atmosfera di Nettuno che viene resa respirabile grazie a piante geneticamente modificateche assorbono i gas nocivi e liberano ossigeno.
Questo processo è stato denominato "terraforming" da Jack Williamson, uno scrittore americano autore di libri di fantascienza, che ha introdotto la parola «terraforming» in “Seetee Ship” (trad. it. Il millennio dell'antimateria ed. Nord, 1991), un romanzo pubblicato nel 1951.
Inizialmente la terraformazione era diretta ai pianeti con caratteristiche simili al nostro: Marte e Venere, oppure ad alcune lune del nostro sistema solare. Come si ipotizzava di procedere? Si sono ricercati i modi più rapidi ed economici per giungere a questo ambizioso obiettivo sul quale hanno lavorato eminenti scienziati. Il primo ad essersi occupato dell'argomento è stato addirittura il celebre astrofisico americano Carl Sagan. Nel 1961, egli propone un meccanismo per rendere più clementi le condizioni atmosferiche del pianeta Venere, il quale, oltre ad avere già una sua atmosfera, ha dimensioni simili a quelle della Terra. A seguito di questo primo lavoro di Carl Sagan, la terraformazione è stata studiata con maggior interesse e uno dei ricercatori più attivi è Christopher McKay, dell'Ames Research Center della Nasa, in California.

La prima tappa di una terraformazione passa per quello che il biologo canadese Robert Hayneschiama ecopoiesi. Si tratta di trasformare un pianeta sterile in un luogo capace di accogliere la vita e di sostenere un ecosistema completo. Si potrebbe ingenuamente immaginare che basti diffondere sul pianeta interessato una buona quantità di batteri accuratamente selezionati o geneticamente modificati. Non è così semplice. Consideriamo il caso di Marte. La temperatura della sua superficie varia notevolmente durante la giornata, da -140 °C a +20 °C, con una media ben al di sotto dello zero. L'atmosfera ha una pressione molto bassa e non vi è alcuno strato di ozono per filtrare i raggi ultravioletti del Sole. Affinché i batteri terrestri, anche quelli più resistenti, possano sopravvivere, bisogna realizzare le seguenti modifiche: 1) aumentare la temperatura di superficie di almeno 60 °C; aumentare la pressione atmosferica; 2) fare in modo che l'acqua liquida possa scorrere sulla superficie; 3) ridurre drasticamente i flussi di radiazione ultravioletta e di particelle cosmiche che colpiscono la crosta del pianeta. Rendere Marte compatibile con la vita, vorrebbe dire in qualche modo migliorare le possibilità di sopravvivenza a lungo termine dell'umanità nel sistema solare e, più in generale, nella Galassia. Una cosa è certa: la trasformazione di Marte è credibile e potrebbe essere avviata grazie alle tecnologie di questo XXI secolo appena iniziato al prezzo di alcuni approfondimenti teorici e di un notevole sforzo tecnico. La terraformazione resta anche un eccellente stimolo intellettuale, che favorisce l’interdisciplinarità, la condivisione delle conoscenze e la riflessione sull'azione di una umanità diventata «ingegnere planetario». Perché se è possibile, forse anche facile, rendere Marte abitabile, è vero anche che è altrettanto facile destabilizzare e distruggere irrimediabilmente la biosfera terrestre.

Conclusioni e considerazioni etiche: 

Cosa accadrebbe però se nel pianeta scelto per la terraformazione esistessero delle forme di vitaseppur primitive? Ecco il problema etico: terraformare comunque oppure no? La scelta ovviamente dipenderebbe dalla necessità di avviare il processo. Una terra minacciata per motivi naturali od artificiali sarebbe senz’altro una buona scusa per avviare lo stesso il progetto, noncuranti dell’estinzione delle forme di vita autoctone che genererebbe l’operazione. Una buona alternativa potrebbe essere quella di modificare di pari passo sia l’ambiente del pianeta che la fisiologia della vita indigena su quel pianeta, in modo da preservarla seppur in forma differente. Sul pianeta così terraformato convivrebbero quindi la nuova specie ingegnerizzata e modificata con la specie ospite con conseguenze in tutti i settori della vita difficilmente comprensibili ad oggi. Si potrebbero creare ulteriori nuove specie date dall’unione delle due forme di vita (autoctona e ospite) oppure generare conflitti sia a livello biologico che sociale-comportamentale ed etico, e ciò potrebbe accadere se la specie autoctona disponesse di facoltà intellettive proprie. Un’ultima considerazione: e se il pianeta da terraformare fosse il nostro?

(Integrazione ed adattamento di un articolo originale dell’astrofisico Roland Lehoucq)
nell'immagine: copertina di un CD dei GiftCulture dal titolo "Terraforming"

link correlato: 

Terraforming: creare un pianeta sintetico

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