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martedì 5 luglio 2011

Uno storico smonta il mito di Gandhi, il "pacifista" che appoggiò la guerra contro gli Zulu e reclutò soldati per il conflitto mondiale


Il docente universitario Domenico Losurdo ha scritto un interessante libro dal titolo Non violenza, una storia fuori dal mito. Pur non condividendo molte delle sue interpretazioni non possiamo fare a meno di apprezzare la corretta disamina della realtà dei fatti per quanto riguarda l'opera di Gandhi, il cosiddetto "non-violento" che applaude a tutte le guerre della sua epoca fino a diventare reclutatore di soldati. I fatti in tale questione sono fondamentali, e benchè le interpretazioni siano soggettive, il fatto che Gandhi sia stato guerrafondaio sia nelle parole che nelle azioni non lascia spazio a molte interpretazioni.

Per tante cose mi sento molto distante dalle interpretazioni che il professor Losurdo fa dei fatti storici: il suo delineare in maniera abbastanza positiva Lenin (una persona che ha preso in giro tutti i sinceri rivoluzionari russi che desideravano il governo del popolo e non dell'élite di un partito), il suo credere che ci possano essere rivoluzioni autentiche e popolari che non siano create dai poteri occulti. Ma Losurdo non ha mai trattato le tematiche della cospirazione e la questione del Nuovo Ordine Mondiale, non sappiamo dire se per per mancanza di coraggio o per pregiudizi; d'altronde per un materialista storico è impossibile trattare certe tematiche senza dovere rinnegare la propria fede comunista.

Ma veniamo ad alcuni brani significativi di una intervista a Losurdo realizzata da Marie-Ange Patrizio.



Non-violenza, lotta per la pace e «rivoluzioni colorate»

Marie-Ange Patrizio : Il tema della non-violenza ci fa subito pensare a Gandhi: qual è il giudizio che esprimi su questa grande personalità storica?

Domenico Losurdo : Occorre distinguere due fasi nell’evoluzione di Gandhi. Nel corso della prima egli non pensa affatto a un’emancipazione generale dei popoli coloniali. Chiama invece la potenza coloniale, la Gran Bretagna, a non confondere il popolo indiano, che al pari degli inglesi può vantare un’antica civiltà e origini razziali «ariane», coi neri, anzi coi «rozzi cafri, la cui occupazione è la caccia e la cui sola ambizione è di radunare un certo numero di capi di bestiame al fine di acquistare una moglie per poi trascorrere un’esistenza di indolenza e nudità». Pur di conseguire la cooptazione nella razza dominante, nel popolo dei signori (ariani e bianchi), agli inizi del Novecento Gandhi chiama i suoi connazionali a mettersi al servizio dell’esercito imperiale impegnato in una feroce repressione a danno degli zulù. Soprattutto, in occasione della prima guerra mondiale il presunto campione della non-violenza si propone di reclutare cinquecentomila uomini per l’esercito britannico e lo fa con tanto zelo da scrivere al segretario personale del vicerè: «Ho l’impressione che se divenissi il vostro reclutatore capo, potrei sommergervi di uomini». E rivolgendosi sia ai suoi connazionali sia al viceré Gandhi insiste in modo persino ossessivo sulla disponibilità al sacrificio di cui è chiamato a dar prova un intero popolo: occorre «offrire il nostro appoggio totale e deciso all’Impero»; l’India deve essere pronta a «offrire nell’ora critica tutti i suoi figli validi in sacrificio all’Impero», a «offrire tutti i suoi figli idonei come sacrificio per l’Impero in questo suo momento critico»; «dobbiamo dare per la difesa dell’Impero ogni uomo di cui disponiamo». Con ferrea coerenza (bellica) Gandhi si augura che ad arruolarsi e a partecipare alla guerra siano anche i suoi figli.

Marie-Ange Patrizio : A tale proposito tu metti a confronto l’atteggiamento di Gandhi con quello assunto dal movimento antimilitarista di ispirazione socialista e marxista, ed è quest’ultimo a fare una bella figura.

Domenico Losurdo : Sì, a confutazione del mito per cui il marxismo sarebbe sinonimo di culto della violenza, io rinvio in particolare alla figura di Karl Liebknecht (che sarà poi uno dei fondatori del Partito Comunista Tedesco, prima di essere assassinato assieme a Rosa Luxemburg). Ebbene, dopo aver a lungo lottato contro il riarmo e i preparativi di guerra, chiamato al fronte, prima di essere arrestato a causa del suo pacifismo, Liebknecht invia una serie di lettere alla moglie e ai figli: «Io non sparerò […] Io non tirerò anche se mi fosse ordinato di tirare. Mi si potrebbe per questo fucilare».

Marie-Ange Patrizio : Resta il fatto che Liebknecht finisce col salutare la violenza della rivoluzione d’ottobre scatenata da Lenin.

Domenico Losurdo : Intanto, occorre non perdere di vista il fatto che, al momento dello scoppio della prima guerra mondile, ben lungi dal celebrare alla maniera di Gandhi il valore della vita militare e del combattimento al fronte, Lenin esprime «profonda amarezza». La speranza, morale prima ancora che politica, rinasce in lui grazie a un fenomeno che forse potrebbe inceppare la macchina infernale della violenza: è la «fraternizzazione fra i soldati delle nazioni belligeranti, persino nelle trincee». Lenin scrive: «E’ bene che i soldati maledicano la guerra. E’ bene che essi esigano la pace. La fraternizzazione su un fronte può e deve diventare fraternizzazione su tutti i fronti. L’armistizio di fatto su un fronte può e deve diventare armistizio di fatto su tutti i fronti».Purtroppo, anche questa speranza va delusa: i governi belligeranti trattano la fraternizzazione alla stregua di un tradimento. A questo punto si tratta di scegliere non tra violenza e nonviolenza, bensì tra la violenza della continuazione della guerra da un lato e la violenza della rivoluzione chiamata a porre fine all’insensata carneficina dall’altro lato. I dilemmi morali di Lenin non sono diversi dai dilemmi morali affrontati negli Usa dai pacifisti cristiani dei primi decenni dell’Ottocento (è da questo capitolo di storia che prende le mosse il mio libro). Contrari a ogni forma di violenza e alla schiavitù dei neri (essa stessa espressione di violenza), mentre si delinea e poi divampa la Guerra di secessione i pacifisti cristiani sono chiamati a operare una scelta tragica: appoggiare direttamente o indirettamente la continuazione di quella forma particolarmente orribile di violenza che è l’istituto della schiavitù oppure aderire a quella sorta di rivoluzione abolizionista che finisce con l’essere la guerra dell’Unione? I pacifisti più maturi scelgono questo secondo corno del dilemma, atteggiandosi così in modo non diverso da quello che più tardi caratterizzerà Lenin, Liebknecht e i bolscevichi nel loro complesso.

Marie-Ange Patrizio : Abbiamo lasciato Gandhi nel ruolo di reclutatore capo al servizio dell’esercito britannico da lui assunto nel corso del primo conflitto mondiale. Tu hai paralato però di una seconda fase della sua evoluzione. Quando e in che modo interviene la svolta?

Domenico Losurdo : A determinarla sono due avvenimenti, uno di carattere internazionale, l’altro nazionale. La rivoluzione d’ottobre e la diffusione dell’agitazione comunista nelle colonie e nella stessa India costituiscono un formidabile colpo di piccone all’ideologia della piramide razziale e fanno apparire obsoleta l’aspirazione alla cooptazione nella razza bianca o ariana, che ora deve fronteggiare la rivolta generalizzata dei popoli di colore. Ma a svolgere un ruolo decisivo è soprattutto un’esperienza diretta e dolorosa per il popolo indiano. Esso aveva sperato di migliorare la sua condizione combattendo valorosamente nell’esercito britannico nel corso della prima guerra mondiale. Sennonché, conclusesi appena le celebrazioni per la vittoria, nella primavera del 1919 il potere coloniale si rende responsabile del massacro di Amritsar, che non solo costa la vita a centinaia di indiani inermi, ma comporta anche una terribile umiliazione nazionale e razziale, con l’obbligo per gli abitanti della città ribelle di doversi trascinare a quattro zampe per tornare a casa o uscirne. Per dirla con Gandhi, «uomini e donne innocenti furono obbligati a strisciare come vermi, sul ventre». Ne scaturisce un’ondata di indignazione per le umiliazioni, lo sfruttamento e l’oppressione inflitti dall’Impero britannico: il suo comportamento è un «crimine contro l’umanità, che forse non trova paralleli nella storia». Tutto ciò fa dileguare tra gli indiani il desiderio di essere cooptati in una razza dominante che ora appare odiosa e capace di ogni infamia


Marie-Ange Patrizio : A partire da questo momento Gandhi prende realmente sul serio la sua professione di non-violenza?


Domenico Losurdo : In realtà, nel secondo Gandhi è tutt’altro che dileguata la disponibilità a chiamare i suoi connazionali ad accorrere sui campi di battaglia a fianco della Gran Bretagna; ma ora questa chiamata alle armi pone come condizione preliminare la concessione dell’indipendenza all’India. E’ invece difficile immaginarsi il secondo Gandhi promuovere la partecipazione dei suoi connazionali alla repressione di una rivolta come quella degli zulù (un popolo crudelmente oppresso dal colonialismo). A partire dalla rivoluzione d’ottobre e dalla repressione di Amritsar il movimento indipendendista indiano è parte integrante del movimento di liberazione nazionale dei popoli oppressi. E Gandhi s’identifica a pieno con tale movimento senza procedere a una lacerazione tra violenti e non-violenti. Nel giugno 1942 egli esprime la sua «profonda simpatia» e la sua «ammirazione per l’eroica lotta e gli infiniti sacrifici» del popolo cinese, deciso a difendere «la libertà e l’integrità» del paese. E’ una dichiarazione contenuta in una lettera indirizzata a Chiang Kai-shek, che in questo momento è alleato del Partito comunista cinese. Ancora nel settembre 1946 – nel frattempo Churchill ha aperto la Guerra fredda con il suo discorso a Fulton – Gandhi esprime simpatia per il «grande popolo» dell’Unione Sovietica, diretta da «un grande uomo quale Stalin».

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