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mercoledì 9 dicembre 2015

Meditare passando dal Giappone

Ringrazio Carla Ricci (Antropologa e scrittrice) per avermi inviato un suo testo sul tema della "Meditazione" per i lettori e visitatori sperduti di questo blog, leggetelo con cura, questo testo è rivolto a chi cerca un pò di pace, un pò di luce e serenità nella vita frenetica di tutti i giorni...

Sulla meditazione

Non pratico la meditazione secondo i criteri che il termine solitamente intende. Volendo dare ad essa una mia interpretazione, definisco la meditazione come uno stato della mente capace di catturare contenuti non generati dalla vigile coscienza ma raccolti dalla propria essenza, cioè dalla parte più profonda dell’inconscio. Giungendo in tale luogo metaforico è possibile, anche per un solo momento, scoprire e creare significati simbolici e sconosciuti che potrebbero rendere il viaggio chiamato esistenza rivoluzionario poiché libero dalle visioni limitate a cui l’essere umano è sottoposto. Per avvicinarsi a tale meditativa condizione ognuno può adottare gli strumenti e i contesti che troverà più a lui affini che io ritengo tuttavia daranno frutti solo se ci si disporrà affinché quello stato non si esaurisca con se stesso ma si estenda nell’azione; un’azione consistente nel cominciare ad osservare l’esistenza abbracciando ciò che in tale momento è stato percepito e procedere conseguentemente. Io ritengo pertanto che la meditazione possa essere un pensiero, un atto, un osservare, un sentire esito di un momento ma pronto anche a dare di sé continuità in un dinamismo che trascina in nuovi pensieri, nuovi atti, nuove osservazioni e altrettanto nuovi sentire. Di essi ciascuno uomo con il vigore, la volontà e l’intuizione che gli sono propri, potrà avvalersi facendoli compagni di una vita che chiede di essere esplorata e, almeno un poco, compresa.

Per tradurre in esempio ciò che intendo, vorrei citare due personaggi di cui ho scritto e degli strumenti “meditativi” da loro scelti per tentare di vivere secondo ciò che intimamente sentivano con l’aspirazione di poter esistere nella vera pienezza di se stessi, tanto diversa che quella che appare.

Basho (1644-1694), poeta e viaggiatore giapponese, creatore della forma poetica Haiku.
Trascendendo dal materialismo e ponendosi in uno stato di totale essenzialità, egli sapeva di poter ambire ad una intima libertà, affrancata almeno in parte dalle sofisticate spirali della quotidianità della vita. Era in una simile condizione che desiderava vivere, sapendo che solo in quel modo avrebbe potuto essere in autentico contatto con se stesso e sperimentare così la saggezza del silenzio, la forza della pietra, il canto della cicala. Per lui la natura si trasformava in un ponte che attraversando i limiti creati dagli uomini lo conduceva là dove l’arroganza dell’ego si quietava e dove lui e l’intero cosmo divenivano un unico palpito.

Santoka (1882-1940) monaco buddista giapponese, viandante e poeta.
Esattamente come ogni uomo, Santoka compiva il suo viaggio ma il cammino non era solo metaforico poiché camminava e camminava, sentendo quello il suo destino. Avanzando scopriva come fosse la perenne fugacità a far esistere il mondo; la cosa non lo angosciava ma al contrario lo colmava elargendogli gusti   sempre inediti che più assaggiava più ve ne riconosceva sapori di se stesso. Viaggiava in solitudine ma non era solo; con lui era la montagna che più egli penetrava, più essa gli svelava i segreti di se stesso, con lui era il vento che più lo attraversava più intuiva ciò che di sé stava cercando, con lui era l’acqua, somma delizia, espressione della purezza alla quale egli ambì fino alla morte.



Carla Ricci
Tokyo, 9 dicembre 2015

carlariccitokyo@yahoo.com


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